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Il Comune di Valdina si compone di tre piccole frazioni: Valdina Centro, che si trova a 310 m. sul livello del mare, circondata dai monti Peloritani, si affaccia sulla splendida visuale di Milazzo e delle Isole Eolie; Tracoccia, famosa soprattutto per l'ospitare la chiesetta dedicata alla Madonna dell'acqua Santa, che è spesso meta di fedeli e pellegrini; infine Fondachello, sulla costa Tirrenica che ospita numerose fabbriche di laterizi. Il comune conta 1343 abitanti, occupati per lo più nelle industrie di laterizi, ma anche nell'agricoltura, nel commercio e nelle attività artigianali. Il clima è mite e ancora si gode del silenzio e la tranquillità di altri tempi. Gli fanno da contorno Roccavaldina, Venetico, Monforte S.Giorgio, Torregrotta, paesi tutti ricchi di storia con i quali Valdina, sin dall'origine, ebbe comuni rapporti storico sociali e culturali. Prima di introdurci nella storia del paese, bisogna stendere una premessa storica per quanto riguarda la Sicilia. Nell'VIII secolo A.C., Ateniesi e Cartaginesi furono i primi ad abitarla. A Valdina il loro passaggio è provato dal campanile della Chiesa di "S.Pancrazio", che in origine era una torre di avvistamento per le navi provenienti dalle isole Eolie. In seguito alla I^ Guerra Punica (241 A.C.), subentrarono i Romani e, un tribuno a cui fu assegnato questo territorio, come premio di conquista nella guerra contro i Cartaginesi, effettuò delle opere di risanamento: disboscamento e dissodamento del terreno, bonifica degli acquitrini e delle paludi. Tutto questo consentì di creare piantagioni di cereali, viti, ulivi e alberi da frutto. Per questo grande lavoro, vennero creati i primi cd. "Pagus", ovvero nuclei di capanne che servivano ad agevolare gli spostamenti degli uomini impiegati nell'opera. Il primo "Pagus" fu Roccavaldina. In seguito alla caduta dell'Impero Romano, la Sicilia toccò all'Imperatore di Bisanzio (536 D.C.), il quale donò questo territorio ad un cortigiano di palazzo. Il conglomerato, chiamato fino ad allora "Pagus", da quel momento assunse la denominazione di "Casale": da qui il "Casale del Conte". La dominazione Bizantina assicurò, da una parte, la tranquillità da assalti nemici, dall'altra bloccò lo sviluppo di qualsiasi forma di progresso. Alla fine dell'800, questo territorio fu assediato dai Saraceni, che devastarono le campagne circostanti e ridussero gli abitanti alla fame.La resa fu inevitabile e i vincitori provvidero a risanare ciò che era stato distrutto, cominciando da "Casale del Conte" che assunse il nome di "Rachel". La dominazione saracena durò 125 anni e i Saraceni cercarono di introdurre i loro usi, costumi, e religioni, pur permettendo le pratiche religiose Cristiane. Furono anni di prosperità ma, una volta che gli Emiri decaddero, la Sicilia restò divisa tra i vari signorotti locali che, in discordia tra loro, offrirono, nel 1061, ai Normanni, il pretesto per iniziare la conquista Cristiana dell'isola, compiuta da Ruggero d'Altavilla nel 1091. Ben presto, però, il governo Normanno entrò in crisi e, precisamente durante il regno di Manfredi che, caduto a Benevento, nella guerra contro i Francesi, permise a Carlo D'Angiò l'insediamento nel regno come conquistatore. La vessatoria signoria di quest'ultimo e la prepotenza dei soldati francesi, provocarono l'insurrezione dei Vespri (1282), l'intervento nell'isola degli Aragonesi e, quindi, l'affermazione della nuova dinastia aragonese. Infatti, i baroni ed i capi popolo siciliani, decisero di offrire la corona a Pietro III di Aragona (1282). Egli dispensò titoli nobiliari, fondi e grossi possedimenti, di cui ne beneficiarono anche i La Rocca e i Mauro. Morto Pietro, subentrò il figlio Federico, il quale, in seguito al suo sposalizio (1289), largheggiò in generosità con i suoi fidi sostenitori, dispensando loro terre, castelli, feudi. Dal territorio demaniale di Rametta (oggi Rometta), venne staccata la parte occidentale e creati due fondi di diseguale grandezza, che furono donati a due benemeriti sostenitori di Federico d'Aragona: uno a Giovanni La Rocca, nobile cavaliere pisano da tempo venuto in sicilia ed insignito di pubbliche cariche a Messina, l'altro a Giovanni Mauro, di origine genovese. Il terreno era selvaggio, boschivo e, soprattutto disabitato. Fu per tale motivo che, per coltivarlo, i concessionari furono costretti ad ingaggiare villani ed artigiani provenienti da fuori. Per questo fu necessario costruire dei casolari onde poterli alloggiare. Nacquero così due casali che presero il nome dai due feudatari: La Rocca e Maurojanni o Mauro Giovanni (oggi Valdina).
Poco tempo dopo, Maurojanni venne ceduto a La Rocca che unì i due feudi,  costituendo un unico casale. Durante la monarchia aragonese, il territorio,  che intanto si era reso disponibile, venne concesso a Perrone Gioeni di Termini,  protonotaro del regno. In seguito a donazioni e vendite, i due feudi giunsero,  nel 1505, sotto l'amministrazione di Gilberto Pollicino Castagna. In quell'anno,  disastrosi terremoti causarono il crollo di numerose abitazioni e, soprattutto,  della chiesa Madre di Gesù e Maria, che sorgeva sull'omonima collina.  Gilberto aiutò parecchio la popolazione a riprendersi, ma le sue scarse  finanze lo indussero, qualche anno dopo (nel 1509) a vendere i due feudi alla  famiglia Valdina, arrivata dalla Spagna e che da tempo mirava a quelle terre. Andrea, il capostipite, Maestro Notaro della gran Corte e Capitano d'armi, fu  una delle colonne delle riforme amministrative e militari spagnole, volte a  fronteggiare la minaccia turca nel Mediterraneo. Decise di fissare dimora in  Rocca, iniziando una serie di ristrutturazioni che comprendevano sia l'abitato  che, soprattutto il castello, che pare esistesse dall'epoca normanna. Apportò  opere di miglioramento e fortificazione, terminate successivamente dai suoi  discendenti, verso la fine del '500, avvalendosi dell'opera dell'architetto  fiorentino Camillo Camilliani.Assicurata la pace militare, il Valdina amministrò  con saggezza, ripristinando l'ordine morale e disciplinando il commercio. I generi alimentari dovevano essere venduti in botteghe con "mezza porta  aperta" e con la "dovuta decenza". Una di queste botteghe esiste  ancora a Roccavaldina. Si tratta dell'antica farmacia Bottaro, che all'epoca  distribuiva, gratuitamente, medicine ai poveri. La ristrutturazione della Chiesa  Madre ( epoca romano Bizantina), fu ristrutturata per gradi, con l'aiuto della  borghesia locale, che aveva voglia di mostrare il proprio zelo religioso. Nel  sottosuolo della chiesa, furono tumulate le salme del capostipite e del pronipote  Maurizio, morto all'età di 21 anni, in dei sarcofagi realizzati dall'architetto  Camilliani. Gli anni compresi fra il '500 ed il '600, rappresentarono per i  Valdina il periodo del loro massimo splendore: fiorente fu, ad esempio, la lavorazione  del lino e della seta. Attraverso rapide successioni, arriviamo al 1589, anno  in cui troviamo Pietro, uomo talentuoso dal punto di vista militare ed amministrativo.  Abitò, in un primo momento, nel castello, ma ben presto si fece costruire  una residenza più comoda, ricavata dal prolungamento del castello, che  divenne uno splendido palazzo in stile barocco. Fu, per diversi anni Pretore  di Palermo, ottenne il titolo di I°; Marchese di Rocca, pur mantenendo quello  di Barone di Maurojanni e, per avere aiutato gli spagnoli nella guerra contro  i francesi, ebbe il titolo di I°; Principe di Maurojanni. Il nome del suo  casato venne anche associato a quello di "rocca", per cui il feudo  si chiamò, da allora "Roccavaldina". Morì nel 1652,  lasciando agli eredi una fortuna in titoli, ricchezze, terre ed onori. Nel 1660  troviamo Giovanni Valdina Vignolo, uomo bizzarro e animato di zelo religioso. Istituì una fondazione per la costruzione di un ospedale in Roccavaldina.  Morì nel 1692 senza lasciare eredi, o meglio, lasciò erede universale  la "sua anima", per cui si succedettero annose liti, che culminarono  nell'investitura di Francesco, cugino più prossimo in grado. che avvenne  nel 1703. Raffinato e bislacco ma illuminato, amava circondarsi di quadri, mobili  e quant'altro si avvicinasse all'arte. Con quest'ultimo erede, si estinguevano  gli eredi. Le terre e i titoli passarono ai collaterali, che subirono una decadenza  inarrestabile parallelamente anche a quella dell'intera Sicilia. Non avendo  più discendenti maschi, i Valdina s'imparentarono con la borghesia del  feudo ed oggi, a quanto pare, i possessori del titolo vivono a Palermo e possiedono  tenute in provincia di Siracusa. L'800 non segna avvenimenti particolari per  il nostro paese che, dopo l'unione della Sicilia al Regno d'Italia, visse un  periodo tranquillo, in cui si misero in luce attività artigianali ed  artistiche. Nel 1936, la crisi economica americana ebbe gravi ripercussioni  in Italia e, quindi, anche nel nostro paese. Le due guerre che seguirono furono  disastrose, sia per la perdita di molte vite umane sia per la distruzione che  causarono. Il dopoguerra fu caratterizzato da una lenta e progressiva ripresa,  che culminò con il boom economico degli anni '50 che, da noi, si materializzò  con il sorgere delle prime fabbriche di laterizi, che diedero una svolta decisiva  alla precaria situazione economica. Queste fabbriche, che, in parte, esistono  ancora oggi, occuparono la manodopera locale e dei paesi limitrofi, spostando  le forze lavorative dai campi, all'industria. Dal punto di vista amministrativo,  Il comune di Valdina fu autonomo fino al 1929, dopo di che venne aggregato a  Spadafora, fino al 1940. Dal '40 al '48 fece parte di Roccavaldina, per divenire  definitivamente autonomo a partire dal I°; Gennaio del 1949.